Descrizione
Dei tratti somatici di Rafja, la memoria restituisce il ricordo della pelle rugosa del suo volto; quello della forma della sua testa … come ovale … come un po’ schiacciata nella parte alta frontale.
Un volto come quelli di certe donne andine dell’America del Sud, dell’America Latina.
La memoria restituisce, inoltre, l’immagine del suo incedere claudicante e il suono della sua voce dal tono perentorio, la vera velocità del suo impedito passo, allorquando veniva scalfi-to il suo rigore morale.
Oggi, a distanza di “soli pochi” sessant’anni, scopriamo che Rafja è una poetessa; scopriamo che il suo canto le dà luce dentro, anche se fuori la fa zoppa.
È una mancanza, questa, prodigiosa che eleva il dono della parola, “parola alata”, ben oltre la negata facoltà fisica. Un po’ come Omero che “canta – egli cieco – la storia come se l’avesse vista prima di essere nato”, come recita Vinicio Capossela nei versi dedicati al divino poeta. Scopriamo, ancora, che mentre Rafja canta, crea memoria, tesse un testo che non ha radici di conservazione in una forma scritta e neanche in una consolida-ta trasmissione orale vera e propria, perché è tutta tessitura estemporanea! Rafja tesse la storia in virtù di una predisposizione all’ascolto: ascolta la voce di una esperienza endogena in virtù della quale, ciò che prova di bene o di male nel fisico e nello spirito, diventa l’imperare, il conoscere.





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